TIBET by bike

di Maurizio Doro
 
 

Mi sono imbattuto per caso in questa meravigliosa storia di fatica , di bici , di viaggio
e di Tibet qualche mese fa' girando per un NG di "cicloturismo" ; me ne sono innamorato, ho viaggiato
con la mente assieme a questi fortunati e coraggiosi( nel senso bello del termine) amici.
Maurizio e' stato cosi' cortese da inviarmi tutto il racconto e di cio' lo ringraziero' eternamente !!!!

Chi volesse contattarlo puo' mailare a ;

mauriziodoro@excite.com

O visitare il suo sito all'indirizzo

WWW.arco.org/doro

La parola a Maurizio ....
 
 

UN SALUTO A TUTTI I VIAGGIATORI:mi chiamo MAURIZIO DORO, sono di Arco (TN).

Sono un viaggiatore da sempre.In questi ultimi anni mi sono particolarmente
dedicato a viaggi e trekking nei paesi piu' remoti del mondo, e piu'
recentemente in mountain-bike soprattutto nel cuore dell'Asia.
L'utilizzo della bicicletta mi permette, al di la' dell'impresa sportiva
in se' stessa, di avere interessanti incontri lungo la strada, negli
accampamenti o nei villaggi dove mi capita di fermarmi, incontri molto
sinceri e carichi di umanita'; un contatto con la vita quotidiana che
altrimenti non potrei avere viaggiando con i mezzi locali o le agenzie.
Al mio ritorno, oltre ad un piu' ricco bagaglio di cultura e conoscenza
personale, porto numerose diapositive e filmati che metto a disposizione
in articoli su riviste specializzate, nelle scuole, nelle associazioni
culturali e sportive.
 
 
 
 

TIBET BY BIKE.

30 Agosto 1995: stiamo attraversando il Friendship Bridge (ponte dell'amicizia).
Pochi metri ancora e siamo in territorio nepalese, una grande gioia ci accompagna
e il nostro abbraccio si fa profondo, Erich ed io ci guardiamo negli occhi sorridenti:
ce l'abbiamo fatta! Abbiamo attraversato la zona himalayana del Tibet, un altopiano
sempre oltre i 4000 m, per circa 880 km.

Facciamo un grande respiro e ci rilassiamo, ormai sappiamo che i 120 km che ci mancano per
arrivare a Kathmandu sono uno scherzo in confronto alla strada che abbiamo percorso con i
suoi alti passi: 4 oltre i 5000 m, il più alto 5220 m. Siamo riusciti a realizzare un sogno
anche se molte erano le incertezze e le fatiche; sia la preparazione che l'esecuzione hanno
richiesto grande impegno.
 
 

Partiti dall'Italia con grande entusiasmo arriviamo a Kathmandu giovedì 10 Agosto.

Non è il periodo più adatto, infatti ci sono i monsoni e la pioggia ci accompagna per le
vie di Thamel. Abbiamo bisogno di un permesso speciale per entrare in Tibet, permesso che
in Italia non è possibile fare e purtroppo non si può ottenerlo se non comperando pacchetti turistici
(sembrerebbe l'unico modo per poter visitare questo paese); ci chiedono fino a
2400$ per 15 giorni con supporto di jeep, ma questo non è proprio il tipo di viaggio
che ci interessa. Siamo un po' sconsolati ma non ci diamo per vinti, e ci affidiamo
a Sonam, il capetto di un'agenzia locale, un ometto baffuto molto cortese e paziente
che riesce, tra una chiacchierata, un bicchiere di ciai, molte telefonate e contrattazioni,
a procurarci il permesso.

Non possiamo però entrare dal Nepal come ci eravamo prefissi, ma dobbiamo volare
direttamente a Lhasa la capitale del Tibet. La situazione politica del momento
non lo permette, infatti cade il 40.mo anniversario dell'indipendenza del TIbet
(o meglio, l'occupazione da parte della Cina) e il governo di Pechino non gradisce
l'ingresso via terra dal Nepal, ma solamente l'uscita. Alla fine del mese a Lhasa ci
sarebbe stata la grande festa e meno turisti c'erano in giro meglio era. Il Tibet vive
una grande oppressione da parte della Cina, basti pensare che in questo paese vivono
6 milioni di tibetani contro i 7 milioni di cinesi. Dal '50 ad oggi sono stati uccisi
più di 1 milione e 200 mila tibetani tra monaci e popolazione locale e distrutto il 95%
delle opere sacre.

Il nostro permesso è di 20 giorni, insistiamo per averne di più, ma non c'è niente da fare;
anche Sonam non può intervenire. Con 500$ comperiamo il volo per il sabato successivo e un pacchetto
di 4 giorni con guida che ci servirà da copertura. Da qualche anno il paese è
aperto al grande turismo ma solo con i viaggi guidati, preferibilmente cinesi, e non è
gradito il turista solitario guardone.

L'ultima telefonata però è come se ci sgonfiasse le gomme. Lo capiamo immediatamente dall'espressione
di Sonam al telefono che subito dopo ci conferma: si parte martedì e il
permesso è di soli 15 giorni. Noi protestiamo e insistiamo con forza perché ci rendiamo
conto che il viaggio sta diventando sempre più duro già sulla carta, quasi una pazzia.
Avevamo programmato di fare Kathmandu-Lhasa, perché partendo da Kathmandu, che si trova
a 1370 m di quota e alzandoci verso l'altopiano Tibetano, avremmo avuto meno problemi di
acclimatazione salendo gradualmente, e più giorni a disposizione per concludere il viaggio.

Volare su Lhasa, situata a 3680 m, vuol dire necessariamente fermarsi diversi giorni per acclimatarsi,
e quindi ne restano troppo pochi per riuscire a realizzare questo viaggio
anche considerando che non conosciamo quale sarà la reazione del nostro fisico a quelle
altitudini.

Usciamo in strada e di botto ci svegliamo dal sogno Tibetano, siamo in una gran bagarre,
le stradine di Thamel sono superaffollate di risciò a pedali, tipiche biciclette taxi che
scampanellano all'impazzata cercando di farsi strada insieme ai clacson di automobili e
motorette in mezzo alla folla rumorosa e ai venditori ambulanti di ogni genere.

A Kathmandu ci dobbiamo rimanere ancora 4 giorni perciò decidiamo di montare le nostre
biciclette e scorrazzare nelle viuzze della città e nei paesi vicini.

Durban Square di Patan è la prima visita fuori città.

I suoi monumenti sono travolgenti, ce ne sono a centinaia e la piazza è stracolma di
gente urlante, sembra una grande festa.

Siamo sempre seguiti da una folla di curiosi che ci circonda ogniqualvolta ci fermiamo.
Sostiamo per ore sulle gradinate dei templi ad osservare le varie figure nepalesi:
siamo incantati.

Nei vari luoghi sacri si respira un'aria antica, la penombra e i lumi fanno da contorno.

In uno di questi, dopo aver lasciato un ragazzino a custodire le nostre bici, riusciamo a
d intrufolarci e a confonderci con la folla.

Saliamo ripide e strette scalette di legno vecchio, maleodorante, molto scomode e tra urti e
spintoni arriviamo in una saletta dove i fedeli portano offerte e si fanno sacrifici animali.
Il tempo di veder benedire e poi sgozzare una gallina che si accorgono di noi e ci mandano via.

Un vero salto nel passato.

Un'altra città dall'aspetto immutato nel tempo è Bhaktapur, bellissima, particolarissima
perché non c'è traffico lungo le strade del centro e sono poche le macchine che circolano;
peccato solo che la giornata sia piovosa, anche se questo rende i templi più particolari e suggestivi.

Accompagnati dal grande traffico e dal fortissimo smog arriviamo al Bodhnath Stupa: è uno
dei più grandi stupa del mondo, è meraviglioso e rimaniamo letteralmente a bocca aperta.
Gli stupa sono delle costruzioni di origine buddista generalmente destinati alla custodia
di reliquie. Si crede che all'interno di questo sia conservato un frammento osseo del Buddha.
In questo ambiente è forte la presenza della cultura tibetana e la maggior parte degli
abitanti della zona appartiene ad una comunità di rifugiati dal tempo dell'annessione
del Tibet alla Cina, che possono qui praticare il buddismo nella sua massima espressione.

Lo stupa è abbagliante nel suo candido bianco, noi saliamo quasi magicamente attirati
verso la cupola dove sono dipinti i grandi occhi onniveggenti del Buddha.

Visitiamo anche il più antico stupa del Nepal: Swayanbunath.

Ci arriviamo dopo aver pedalato fuori Kathmandu verso una collina e attraversato zone
rurali molto povere, ma spettacolari e pittoresche. Veniamo attirati da suoni di tamburi
e trombe: in una sala di fianco allo stupa alcuni monaci stanno cantando e pregando
seduti gli uni di fronte agli altri nelle loro tipiche vesti rosso scuro. Ci sono anche
dei bambini monaci: il loro compito è di pulire gli altari e tenere accese le candele.
Ora giocano con noi e tutti vogliono salire sulle biciclette, è un divertimento anche
per noi zigzagare intorno allo stupa.

Il tempio è abitato anche da tantissime scimmie e cani che cercano cibo tra le offerte
nelle cappelle: c'è molta tolleranza e la convivenza è serena.
 
 

15 Agosto 1995 ore 9:45

Siamo nella sala d'imbarco dell'aeroporto di Kathmandu con gli occhi sbarrati fissi
davanti ai monitor, senza parole: il volo Kathmandu-Lhasa è stato annullato.
Oggi non si parte, le condizioni meteorologiche a Lhasa non permettono l'atterraggio.
C'è grande sconforto, Erich ed io siamo delusi.

Perdiamo un giorno prezioso per acclimatarci: ne abbiamo solo 15 ed uno se ne sta
già andando.

Con un pulmino ci accompagnano allo 'Yak & Yeti', uno dei più lussuosi hotel di Kathmandu
e qui non ci resta che girare tra i vari buffet e la piscina aspettando la mattina seguente.

Finalmente siamo sull'aereo in decollo ed ora la convinzione di arrivare a Lhasa è certezza.

Dal finestrino dell'aereo ammiriamo gli spettacoli stupendi della catena himalayana,
che dalle nuvole dense affiora come un'enorme spina dorsale e mostra tutta la maestosità
dei suoi 8000 m. Incollati al finestrino non ci rendiamo conto di aver trascorso due ore
di volo ed eccoci all'aeroporto dove ci troviamo davanti 4 militari cinesi che si scambiano i
nostri documenti con visi molto severi ed occhi scrutanti. Ci fanno molte domande riguardo
le biciclette e ci fanno aspettare. Finalmente arriva l' OK: è fatta! La nostra gioia è qui contenuta,
ma esplode fuori dall'aeroporto e sull'autobus. Ridiamo.

Percorriamo 90 Km per arrivare a Lhasa, la strada è una delle pochissime asfaltate del paese
e segue una lunghissima ed ampia vallata a 3600 m dove scorre padrone il fiume Tsangpò,
recentemente straripato per via delle forti precipitazioni, che ora si muove piano in questa
bellissima giornata di sole. Ho l'impressione di essere sul palmo di una mano morbida che mi accoglie
calorosamente.

Questo dolce silenzio è interrotto solamente dal rumore del vento che combatte la sua battaglia furiosa
con il crudo ambiente circostante che sembra quasi volerlo ostacolare.

Arriviamo a Lhasa detta anche 'la terra degli dei' e devo dire che l'impatto è piuttosto
deludente. Moltissimi sono gli edifici in stile cinese: cemento e lamiera che nulla hanno
a che fare con quelli buddista-tibetani.

Poi il Potala maestoso sulla collina Marpori (montagna rossa) domina la città. Sotto,
sulla piazza, stanno facendo i preparativi per la festa dell'indipendenza (in realtà l'occupazione):
un'enorme e squallida piazza e un grande vialone che infondono un
senso di desolazione.

I militari stanno preparando la parata mentre piccoli gruppi di Tibetani ai lati
osservano silenziosi.

Al piccolo albergo dove sostiamo ci accolgono delle donne dai lunghissimi capelli
intrecciati, ci accompagnano alla stanza e ci portano delle grosse thermos di acqua
bollita (su tutto il territorio non è potabile). E' una bella cameretta dalle pareti
dipinte con scene di vita quotidiana e yak sui pascoli.

Montiamo le nostre bici e usciamo per un primo assaggio del paese, la città è pulita e
c'è molto traffico di biciclette. E' piacevole girare perché è una bella giornata e
il sole picchia forte.

Non c'è bisogno di ricordare che siamo a 3680 m e dobbiamo muoverci con calma e usare
prudenza perché basta fare una scalinata o aumentare un pochino la pedalata che il
battito cardiaco sale vertiginosamente e ci si sente in affanno.

Sappiamo che dovremo rimanere qui il più possibile per cercare di acclimatarci,
compatibilmente con i chilometri che calcoliamo di pedalare giornalmente e la scadenza
del permesso (30 Agosto).

Decidiamo di rimanere qui in zona almeno tre giorni pieni prima di cominciare il viaggio
e partire il quarto giorno di pomeriggio tardi visto che il primo villaggio verso il
quale ci dirigeremo si trova a circa 70 km e la strada è un buon tratto asfaltato
e pianeggiante. Ottimo per cominciare e prendere confidenza con il carico e l'ambiente
(non dovrebbe essere un grande sforzo).

Lhasa racchiude in sé due città: una moderna, quella cinese, e una più antica che è
la vera e propria città tibetana. Il cuore è rappresentato dal Barkhor, il mercato,
e la via che costeggia il tempio di Jokhang. Dobbiamo percorrerlo in senso orario per
rispetto religioso come è usanza in tutte le località sacre. Il mercato è molto pittoresco,
ma veniamo assorbiti dalla folla di pellegrini che fa visita al monastero più antico e
sacro del paese. Davanti al Jokhang tutti cantano e pregano. Centinaia di facce con
ornamenti e colori si aggirano turbinanti nel loro fervore religioso. Il lastricato
all'ingresso del tempio è diventato liscio e lucido a causa delle migliaia di pellegrini
che vi si prostrano con le gambe legate. Monaci bruciano erbe aromatiche, c'è un forte
misticismo, tutto è straordinario. All'interno sempre moltissima gente che alimenta un
costante mormorio, una nenia che è preghiera. Si muovono tutti ansiosi con in mano le
ruote delle preghiere e sacchetti di burro di yak che rifornirà ogni candela accesa
davanti ai vari altari e figure del Buddha. Ci sentiamo estranei, ma nessuno si preoccupa
di noi, le ruote delle preghiere continuano a girare e tutti spingono. Non riusciamo a
rimanere per più di qualche minuto fermi davanti a queste cappelle votive ornate d'oro,
coralli e turchesi.

Usciamo sulle terrazze verso i tetti: è incantevole, sono dorati e il sole li fa
brillare ancor più. Il metallo prezioso è considerato sacro dal buddista che nella
sua filosofia tende a distaccarsi dall'aspetto materiale delle cose.

Tra i vari riflessi in lontananza galleggia l'imponente, austero e distaccato Potala,
il vero e proprio simbolo della città, il più famoso monastero fortezza del Tibet,
quasi una città articolata su 13 piani con 1.000 stanze (solamente una decina aperte
al pubblico), 10.000 altari e 200.000 statue. Era la residenza ufficiale del Dalai Lama
che rappresentava la massima autorità religiosa del paese. Anche se oggi non è più
presente in Tibet, in quanto rifugiato in India dopo l'invasione cinese negli anni 50,
la devozione nei suoi confronti è molto forte presso tutta la popolazione e sono
moltissimi infatti quelli che ci chiedono una sua foto. Saliamo sul tetto del Potala
dove c'era l'alloggio del Dalai Lama: l'ambiente è nobile ma semplice,
e la vista incantevole. Edificio fantastico all'esterno, è, all'interno, insignificante
e molto deludente, almeno per la parte che ci fanno visitare. Riusciamo solo a rubare
qualche foto e a starci poco tempo, tutto è controllato da telecamere e spie.
Qui i monaci sono molto rigidi e tesi, si percepisce un ambiente poco felice,
indirizzato più al controllo che alla preghiera.

Ci piace molto scorrazzare in lungo e in largo e scoprire le piccole vie e piazzette
della città. Riusciamo a procurarci una cartina per il viaggio nell'unico book shop
che funge anche da edicola, dove, tra l'altro, nessuno parla inglese ed è ardua
impresa farsi capire. Passiamo diverso tempo a tentare di spiegarci gesticolando e
tirando fuori materiale, mentre tutti ridono.

Prima di partire passiamo una bellissima giornata al monastero di Ganden (4300 m)
che dista circa 40 km da Lhasa. La strada sterrata si alza serpeggiante su verso
la montagna tra gli yak che pascolano. Il pulmino arranca a fatica (non voglio
pensare a quello che faremo noi). Man mano che si sale lo spettacolo si rivela
grandioso sulla valle del Kyichu fino alle lontane cime innevate. All'arrivo, lo
spettacolo che ci si presenta è quello di un luogo che sembra essere stato
bombardato a tappeto. Sono i danni della 'rivoluzione culturale' ma ora è in fase
di ricostruzione. Ci muoviamo per i vicoletti del paese ed entriamo nelle
poverissime abitazioni dei monaci che umilmente ci ospitano e ci mostrano
il tempio che accudiscono e custodiscono.

Una volta vi abitavano 4.000 monaci, ora solo 200. Saliamo alcune scalette attirati
da voci che sembrano un cantare, un mormorio, una melodia. In una sala troviamo
dei monaci in seduta di lezione ed insegnamento spirituale. Alla nostra vista
nessuno si distrae, solo qualche piccolo sorriso e cenno di saluto.
Ci togliamo le scarpe ed entriamo timorosi, ci sediamo con le gambe incrociate
vicino a loro, un'atmosfera rilassante senza tempo. Un vecchio parla e si muove lentamente.
Ci allontaniamo silenziosamente così come siamo arrivati. Altre scalette, altre porticine,
altre voci, mi sento attratto, sposto un telo vecchio e unto che sembra di legno:
eccomi nella cucina del monastero, chiamo Erich che è piuttosto titubante.
I monaci ci fanno sedere, ci scambiamo sorrisi e ci offrono il tè salato con burro di yak ,
riso e verdura cotta con carne di yak. Rimaniamo molto tempo perché è una bella realtà
di vita quotidiana. Prima di lasciarci, ci guardiamo negli occhi felici e ci abbracciamo.
E' stato un momento molto intenso che Erich ed io ricordiamo ancora oggi con
sentimento profondo.

Sono già passati 4 giorni e reagiamo molto bene alla quota, solo un leggero mal di
testa verso sera. Cominciamo a sentire molto forte il desiderio di partire, siamo
stanchi della città, ormai la sentiamo vecchia, abbiamo voglia di affrontare la quota,
la strada, il tempo, la fatica, sentirci parte del mondo naturale di questo
sterminato altopiano.
 
 

19 Agosto 1995 ore 17:00

Siamo nel cortile dell'alberghetto con le nostre bici pronte. Passiamo sotto il Potala,
le ultime foto e via. La bici è così carica (40 kg in tutto) che mi spaventa,
ho l'impressione di non poterla portare. Ci avviamo verso l'uscita della città,
si fa fatica a pedalare anche sull'asfalto. Fortunatamente questa prima tappa è
pianeggiante e possiamo così prendere confidenza con il mezzo, amalgamarci, costruire la determinazione,
entrare in condizione e renderci forti per il proseguimento del viaggio.

C'è vento contrario e pedaliamo piano ma sicuri, il battito è tenuto sotto le 130
pulsazioni al minuto, ci scambiamo le prime impressioni. Prendiamo contatto con la
realtà e ognuno ascolta le proprie reazioni.

Le ore passano, arriviamo a Chutshul dopo 70 km con il frontalino acceso alle 21:30.
L'unico posto che riusciamo a trovare è un alberghetto cinese incredibilmente
sporco e malandato. Ci sembra impossibile che qualcuno si possa fermare qui.
Fa paura toccare tutto. Il proprietario non dice una parola e sembra essere uscito da una ragnatela,
ci porta dell'acqua calda e ci laviamo in un lavabo. Al ristorantino vicino
la cucina offre poco, ma ormai sappiamo che per tutto il resto del viaggio l'alimentazione
sarà molto controllata e povera per via della scarsa igiene e dei rischi che si possono
incontrare, perciò via la roba cruda e la carne, solamente riso e verdura cotta
(poca la varietà, prevalentemente patate).

La mattina quando si riparte siamo consapevoli che la scampagnata è finita ed ora
incomincia la vera avventura su questo altopiano grande quanto l'Europa,
nel cuore dell'Asia. Ci aspetta la prima grande salita, 24 km per arrivare ai
4730 m del passo Khamba La.

Dopo aver superato il primo checkpoint dove militari cinesi ci controllano i documenti
(lungo il percorso ne troveremo diversi, più o meno severi), affrontiamo la salita
lentamente ma decisi. Man mano che saliamo la temperatura scende e il vento freddo
alza grandi nuvole di polvere dalla strada, per cui siamo costretti ad indossare
l'abbigliamento invernale con il passamontagna. La strada sembra non finire mai e
dopo 3 ore siamo costretti anche a fermarci e rannicchiarci contro la roccia per
evitare un furioso acquazzone. 5h08 sono servite per raggiungere il passo.
La vista del bellissimo Yam Droktso, uno dei laghi più grandi del Tibet dallo
splendido color turchese e dalla forma di uno scorpione che avvolge le sue montagne,
ci fa dimenticare di essere lì soli e stanchi.

Ma ci rimaniamo poco, nuvoloni neri, carichi d'acqua e la temperatura di 7 gradi
ci obbliga a scendere. Dobbiamo però mantenere una velocità bassa (circa 20-25 km/h)
per via della strada sconnessa che potrebbe causare qualche rottura.
Verso sera un piccolo villaggio ci aspetta per la notte.

Non siamo assolutamente autosufficienti: non abbiamo mezzi d'appoggio e siamo senza tenda.
Specialmente l'essere senza tenda, sinonimo di 'casa' e punto di riferimento e di
intimità per ogni viaggiatore, ci costringe a fermarci presso le famiglie a chiedere
ospitalità. Questa nostra scelta è stata fortemente voluta proprio per cercare di
vivere a più stretto contatto con la popolazione tibetana e nello stesso tempo
mettere alla prova la nostra forza interiore. Per noi era questo il sapore del vero Tibet.

Le famiglie di questi piccoli villaggi ci hanno sempre accolto con grande serenità,
generosità e rispetto. Sono le donne anziane che per prime ci accomodano in casa e
subito ci offrono tè salato con burro di yak in grandissime quantità.
E mentre noi mangiamo, piano piano la gente del villaggio viene a farci visita come
in processione. Si siedono accanto o ci stanno davanti in piedi, ci fissano
sorridenti e seguono con lo sguardo ogni nostro movimento. I loro sguardi sono
quelli di gente serena sempre sorridente e pronta ad accogliere con curiosità
e simpatia il visitatore straniero. Ci toccano, qualcuno prova a parlare con noi,
ma è impossibile comunicare per via della lingua ed anche gesticolare serve a poco.

All'interno di queste piccole case di sassi e argilla si sta bene, la stufa al
centro della stanza (punto di riferimento intorno alla quale ruota tutta la vita
della casa) è alimentata in continuazione da sterco di animale (la legna è rara
e troppo costosa) e i pentoloni sopra perennemente fanno bollire l'acqua.
C'è molto fumo all'interno. Le lampade a cherosene fanno un po' di luce nella sera
e loro rimangono ancora ad osservarci mentre ci laviamo i denti, mentre ci spalmiamo
le creme sulle parti doloranti e irritate dal sudore e non si allontanano finché
non entriamo nei sacco piuma. Assorbiamo ritmi nuovi. La mattina ci alziamo
doloranti per aver dormito sulle assi con solo un tappeto sopra: ma sono i loro letti,
ce li hanno offerti e loro hanno dormito per terra. Non hanno nulla e ci danno tutto.
Mangiamo sempre riso e patate dalla mattina alla sera e anche se non ci laviamo il
morale è molto alto.

Purtroppo siamo costretti a pedalare il più possibile, facciamo dalle 5-6 ore al
giorno per 50-90 km per cercare di percorrere questi 1.000 km e 10.000 m di dislivello
nel tempo consentito dal visto.

Attraversiamo il nostro primo passo oltre i 5000 m, il Karo La (5020 m).

Stiamo bene in quota e queste nuove sensazioni non danno spazio alla fatica.
La strada è molto veloce in discesa e l'ambiente è incredibile, il paesaggio segue
il fiume Nyang Chu in un canyon di frane e rocce violente e ci divertiamo rispetto
alla salita dove ognuno solitamente se ne sta solo con i suoi pensieri.
Solo il sibilo del vento freddo e qualche camion che suona superandoci e lasciando
un bel nuvolone polveroso ci riporta alla realtà. L'inatteso saluto che ci viene
rivolto dai tibetani che incontriamo sui monti al pascolo o nei campi di orzo e
patate ci fa sentire loro ospiti e noi rispondiamo sempre con un cenno della mano.

La presenza di numerosi contadini nei campi ci segnala che siamo discesi in una
vasta pianura (lunga circa 150 km a 4000 m) dove si trovano due importanti città:
Gyantse e Shigatze. Shigatze, la seconda città del paese, rivaleggiava con Lhasa
nel controllo politico e spirituale; qui risiedeva il Panchel Lama nel monastero
di Tashilumpo, noto in tutto il mondo buddista lamaista. Un monastero superbo,
con terrazze imponenti, mura rosate e finestre in legno scuro. Tra le sue mura
si pratica l'arte dei mandala, dipinti realizzati con sabbie colorate.

Ed è proprio qui, dopo la sua visita, che all'uscita abbiamo temuto di dover
interrompere il viaggio. Infatti, mentre eravamo seduti con un gruppo di tibetani,
siamo stati avvicinati da poliziotti cinesi in borghese che, allontanato il gruppo
con voci dure e secche, ci hanno chiesto i documenti e hanno controllato tutto
il materiale; per un paio d'ore abbiamo sudato freddo ma ci è andata bene.
Regnava un po' di tensione in città e circolavano parecchi militari; in quei
giorni ci sono stati degli scontri e uccisi 4 monaci.

Questo tratto di strada è forse il meno interessante e il più monotono del viaggio,
inoltre la tosse e il raffreddore che avevo inizialmente sono peggiorati, e sono
costretto a curarmi con gli antibiotici.

Ci aspettano tre giorni veramente brutti con pioggia e grandine, le strade sono
scivolose, si pedala a fatica, le nostre bici sono infangate e fanno colore con
scarponi e pantaloni, ma negli accampamenti dove sostiamo tutti ci aiutano e ci
danno anche del gasolio per pulire il cambio e la catena. Si superano così
bellissime valli verdi e piccoli passi, si scoprono ampie pianure e aride montagne,
e quando si vede questa strada bianca scendere dolce e silenziosa e costeggiare
tortuosa la montagna, come la buccia di una mela che con il coltello si vuol
fare più lunga possibile, dal profondo cresce un bel respiro e ci si abbandona.
 
 

26 Agosto 1995 ore 9:35

A Lhaze, 4050 m, questa mattina piove e il nostro termometro segna 6 gradi,
siamo molto determinati e prepariamo il materiale con cura, sappiamo che ci
aspetta una giornata molto dura per arrivare al Lak Pa La (5220 m).

La salita è costante lungo bellissime valli irregolari e franate che si intrecciano
fra di loro, quasi a sembrare enormi dita incrociate, sottolineate dallo scorrere
impulsivo e rabbioso dei fiumi.

Non sentiamo la fatica, ma solo il vento e la pioggia che batte insistente sul
materiale che ci avvolge, il fiatone e l'umido che si forma sul passamontagna.
Vecchi camion ci superano, anche loro faticano e lasciano una scia di rumore e
odore di gasolio. Incontriamo dei pastori fradici che camminano con i loro yak,
capre e asini verso il passo.

Ci avviciniamo sempre più alla cima e intravediamo le prime bandiere delle
preghiere sventolare (tutti i tibetani che transitano sui passi lasciano
queste stoffe colorate con scritte frasi lasciate andare al vento come
ringraziamento e buon auspicio per il futuro). Il colmo è un panettone circondato
da una favolosa catena innevata di cime oltre i 7000 m . Abbiamo fatto molta fatica
però urliamo di gioia e ci vengono i brividi nel pensare che abbiamo pedalato uno
dei passi più alti del mondo.

La discesa a Xegar a 4300 m, che in un primo momento sembrava molto comoda e
rilassante, si rivela invece molto impegnativa. Un saliscendi reso poco veloce e
fangoso dalla pioggia. Gli 80 km per arrivare a Tingri, percorsi in circa 5 ore,
ci danno la possibilità di recuperare notevolmente. Le gambe rispondono bene e
pure la tosse sta migliorando. Da Tingri, tempo permettendo, si godono vedute
spettacolari del monte Everest e dell'Himalaya, ma noi decisamente non siamo fortunati,
vista la giornata. E' anche la base di partenza di molti trekking verso questo 8000.

Il mattino dopo la giornata sembra buona e calda ma purtroppo la vista dell' Everest
resta un sogno: le cime sono coperte da nuvole e si intravede solamente qualche
ghiacciaio, una vera delusione. Ripartiamo con le nostre biciclette e inutilmente
ci giriamo più volte nella speranza di vederlo.

L' ultimo passo, Lung La (5080 m), lo affrontiamo dopo aver salutato il piccolissimo
villaggio di Gutsuo, dove tutti sono stati molto gentili.

Già dalla base si intravedono enormi ghiacciai. La strada è battuta bene, si
procede senza difficoltà e la salita taglia a zig zag la montagna, si aprono
bellissime cime innevate. Il sole è sempre presente. Un attimo di respiro in
discesa, dopo aver fatto l'antecima a 4980 m, saliamo il Lung La. Lo spettacolo è
incredibile: da questo ambiente arido e secco partono in lontananza vette innevate
e molto nervose. Ci fermiamo molto sulla cima consapevoli che questa è l'ultima
faticaccia alla massima quota. La discesa ci fa gridare di gioia e ci porta
velocemente alla base del colle (4500 m). Purtroppo il vento fortissimo e
violento ci obbliga a pedalare anche in discesa, siamo esausti e ci troviamo
costretti a chiedere ospitalità a Zhonggang, un piccolo villaggio a 12 km da Nyalam.

L'incontro con la famiglia è veramente particolare. Le donne ci accolgono all'interno
nell'unica grande stanza della casa e mentre noi mangiamo il marito raduna le capre
in un recinto fatto di sassi. Ci troviamo a nostro agio, la vita scorre lenta.
Siamo rilassati ed osserviamo il ritmo di vita quotidiano: la nonna tiene vivo
il fuoco della stufa con lo sterco e le pentole per il cibo e l'acqua da bere
sono in continua ebollizione, la mamma pulisce e allatta un piccino che giace
in una cesta avvolto in giacche e gli prepara una mistura di farina e latte
che tenta di fargli ingoiare con un dito dopo averlo impastato con la sua saliva.
Si vive tutti insieme, ma ciò non impedisce che ognuno faccia una cosa sua e
non si preoccupi degli altri.

Non c'è nessun interesse particolare. Il lavoro di ogni persona contribuisce alla
somma della vita di tutti. Anche loro non sono imbarazzati e fanno tutto con spontaneità.
E' bello stare in famiglia ed io mi incanto volentieri a guardarli all'opera.
Sono sdraiato sul 'letto', un'asse per niente liscia e uniforme, ma in questo
momento non mi accorgo della scomodità e neppure dell'odore acre di montone che
si sente persino nell'acqua, assaporo solamente i movimenti lenti, collaudati e
tramandati da secoli, mi appagano e saziano i miei sentimenti.

Erich ed io, che durante le giornate parliamo poco, la sera ci scambiamo idee ed
impressioni ed ora parliamo della fine del viaggio ormai imminente. Andiamo a letto
mentre la nonna in un angolo seduta sopra alcune pelli con le gambe incrociate prega
e fila la lana.

Un po' commossi ci lasciamo alle spalle uno sconosciuto e suggestivo ambiente tibetano.

Prima di arrivare alla città di frontiera di Zhangmu (2250 m), che è situata
perpendicolarmente lungo diversi tornanti, dobbiamo fare i conti con la strada
di Nyalam (3750 m) che è piuttosto pericolosa, tanto che è stata chiamata
'Path to Hell' (sentiero per l'inferno).

Ci troviamo a dover superare alcune frane spingendo la bici.
Queste frane sono occasione di lavoro per molti nepalesi che caricano e scaricano
camion da una parte all'altra.

Scendendo da Nyalam a Zhangmu ci si immerge in una vegetazione che è sempre
più fitta grazie ai monsoni. La strada sembra un serpente che scivola sulle
pareti della montagna in compagnia del fiume Bhote Kosi e di tutte quelle
infinite cascate che lo alimentano e si riversano sulla strada. C'è molta
umidità e a volte ci assale anche la nebbia che ci fa perdere contatto tra di noi.
Zhangmu è un attivo caotico centro commerciale dove si trova merce cinese,
tibetana e nepalese; la strada che passa tra le case al controllo passaporti è
piena di bancarelle e l'aria è inquinata da musiche cinesi a tutto volume.
I poliziotti ci controllano ferocemente da cima a fondo, ricarichiamo tutto
il materiale sparso a terra e ci avviamo per altri 6 km prima di raggiungere
il ponte dell'amicizia (Friendship Bridge), confine nepalese, dove i militari
ci accolgono meno sospettosi ; ormai sappiamo che Kathmandu è vicina.

E' il 30 Agosto 1995 ore 15:30.

Grazie Tibet.



...grazie e te Maurizio ....!!! da m@uro
 
 

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